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lunedì 18 aprile 2011

Welfare per ricchi

di Igor Salomone

Ieri pomeriggio, tarda domenica d'aprile, di ritorno da un giro meneghino con la famiglia, scorgo affiancarsi alla mia anziana e distinta Picasso due trentenni tirati a lucido che inforcavano con lo stesso piglio occhiali firmati e Bmw enorme, nera, decapottabile e decapottata, interni in pelle, inserti in radica, altrettanto tirata a lucido. Che brutto spettacolo.
Immagino le loro preoccupazioni: la rigatura vandalica, il ciclista maledetto che ti sfrisa la fiancata, il furto mentre sei al bar, per non parlare dello smarrimento sempre in agguato delle lenti o il macchio bastardo del maglioncino griffato. Che tristezza, poveracci, che pena.
Altro che tagli al Welfare! Tremonti, cerca di capire che nei prossimi anni serviranno torme di assistenti sociali e comunità di recupero a gogò per aiutare questi ragazzi a uscire dal tunnel e tentare di restituirli a una vita più interessante.

venerdì 15 aprile 2011

Principi di democrazia 1: la democrazia si difende con la democrazia

So bene che in ognuno di noi, stanchi di berlusconismo, alberga il desiderio neppure troppo nascosto d'esser liberati dall'intervento di una qualche Autorità Superiore, purché buona, da questo orrendo Potere Cattivo che ci ammorba. Ogni desiderio, sinchè resta tale, è legittimo, dunque possiamo cazzeggiare sin che ci pare di Presidenti salvifici, Alleanze internazionali benevole o, perchè no? di Alieni ultraevoluti che si decidano a liberarci dal Male, purchè tutte queste fantasie non si trasformino in Volontà. Confondere desideri e volontà è un infantilismo sul piano personale e la via maestra per la degenerazione del potere sul piano politico. Dunque, desideriamo quel cavolo che ci pare, parliamone e scherziamoci sopra liberamente, difendiamo questo diritto inalienabile da tutti i parrucconi e i lacchè pronti a difendere la libertà di opinione solo se espressa educatamente, ma diciamo a gran voce che è uno scherzo.

Se dobbiamo fare sul serio, e se non ora quando, allora dobbiamo affermare con voce netta il principio numero uno di ogni democrazia: la democrazia si difende con la democrazia. Questo è un vincolo e non si può in nessun caso violare, pena il rischio di perdere proprio ciò che stiamo difendendo. Ne ero convinto durante gli "anni di piombo", ho manifestato sulla base di questo stesso principio contro la guerra in Irak, e ne sono convinto tutt'ora.

Ma...

La democrazia si difende con il voto. Certamente. Con ogni tipo di voto, però. Compreso quello nelle assemblee di condominio. Perchè ogni voto, per definizione, è politico, nel senso che con il nostro voto, in ogni sede, esprimiamo una posizione attorno a qualcosa che ha a che fare con delle scelte che riguardano tutti quelli che hanno diritto di votare e anche quelli che non ne hanno. Con il voto, ogni tipo di voto, ci assumiamo una responsabilità sulle scelte che riguardano le cose comuni.

Quindi difendere la democrazia con il voto significa assegnare valore a ogni tipo di consultazione pubblica che non sia un sondaggio. Da questo punto di vista chi non ha voluto l'election day per amministrative e referendum non ha semplicemente sprecato soldi, come si va dicendo: ha compiuto una scelta antidemocratica.

E...

La democrazia non è solo elezioni. E' prima di tutto libertà di espressione dei singoli individui. Dunque difendere la democrazia vuol dire manifestare pubblicamente in ogni luogo e chiunque sia il soggetto che indice le manifestazioni. Nei limiti della legalità, non esistono manifestazioni buone e manifestazioni cattive. Io ho il pieno diritto di mettermi un cartello al collo e girare per la città sin quando mi pare. In milioni o in quattro gatti, la manifestazione pubblica è diritto inalienabile. Chi va dicendo che "la piazza" è sbagliata formula un giudizio profondamente autoritario e antidemocratico.

E...

Se il diritto di esprimere pubblicamente la propria opinione è un diritto inalienabile, vuol dire anche che una democrazia deve garantirlo nel modo più ampio possibile. Dunque una democrazia, per difendersi, deve fornire più mezzi a chi ne ha di meno per esprimere le proprie opinioni. Chiunque difenda il diritto di dire la propria indipendentemente dai mezzi che si hanno per farlo, permette a chi ha più mezzi di mettere a tacere chi ne ha di meno, compiendo un atto profondamente antidemocratico.

E...

Democrazia non è solo fare i conti per vedere chi ha la maggioranza. Democrazia è soprattutto rispetto delle minoranze. Chiunque insista nel sostenere che una volta accordata la maggioranza a qualcuno, questo qualcuno ha diritto di governare senza essere disturbato da chi, pur in minoranza, esprime la propria opposizione, è fuori da ogni principio democratico. E le minoranze (elettorali) hanno il dovere di difendersi dalle maggioranze (elettorali). Non il semplice "diritto": il dovere. Perchè una minoranza, difendendo se stessa, difende la democrazia.

E...

Il diritto di esprimere le proprie opinioni non significa soltanto cliccare il pulsante "mi piace" attorno a ogni possibile questione. La democrazia, per difendersi, ha bisogno anche di un pulsante "non ci sto". Si chiama "disobbedienza civile" e chiunque sostenga che una volta approvato qualcosa, tutti vi si devono assoggettare senza eccezione alcuna, prepara la strada al totalitarismo.

Il sistema di potere di Berlusconi:

a) è contro ogni manifestazione di piazza che non siano le adunate oceaniche per Berlusconi
b) boicotta i referendum che potrebbero mettere in discussione le sue scelte
c) domina ogni spazio di espressione delle opinioni invadendole con le opinioni di Berlusconi e della sua cricca
d) dialoga con la minoranza solo se è d'accordo con quello che dice la sua maggioranza,
e) demonizza ogni forma di disobbedienza civile, che per definizione è pubblica, rafforzando e sostenendo ogni forma di trasgressione privata e anonima.

Dunque il sistema di potere di Berlusconi è profondamente antidemocratico e come tale dobbiamo combatterlo.

Con la democrazia, naturalmente. Ma con TUTTA la democrazia.

Igor Salomone




lunedì 5 aprile 2010

La privatezza del "Territorio"

La lettura di Žižek (Dalla tragedia alla farsa. Ponte alle Grazie) mi aiuta a chiarire il ragionamento sul "territorio".
Ciò che chiamiamo "territorio" è sì uno spazio sociale, ma è comunque privato. La parola territorio, infatti, chiede il complemento di specificazione: un territorio è sempre "di". Per assumere un territorio in uno spazio pubblico occorre sottolinearne non i rapporti al suo interno, ma con il mondo che sta fuori. E la responsabilità che, nei confronti del mondo, ogni territorio ha.
Per questo motivo la cultura leghista, per quanto possa essere sociale, è e resterà sempre una cultura di protezione degli spazi privati anche se ne allargasse i confini dal paesino all'intera Pianura Padana.
Ed è per questo che è assolutamente organica a Berlusconi: in ogni caso si tratta di difendere lo spazio privato privilegiandolo nei confronti di ogni dimensione comune che lo trascenda. Berlusconi difende quello individuale, la Lega quello familistico e locale. Come del resto fanno le mafie.

sabato 27 marzo 2010

Dichiarazione di voto


Ho già detto che voterò contro? forse, non importa, val la pena ripeterlo semmai qualcuno voglia farsi convincere in extremis dalla mia personale campagna elettorale. Dunque, voterò contro.

Voterò contro, innanzitutto, a tutti quelli sempre pronti a farti la morale sulla necessità di esprimere un’opinione in positivo, ovvero per questa o quell’idea, per questa o quella persona. Lo farei, solo potessi riconoscermi nelle idee e nelle persone che troverò sulla scheda. Ma non è questo il punto. Io sono un cittadino e non è mio il compito di proporre. A me spetta di scegliere tra le proposte disponibili e se tra queste non ce n’è che mi aggradi, ho il dovere di dirlo. Poichè al momento l’unica possibilità che abbia per poterlo dire è con il voto, il mio voto dovrà affermare che tutto quello che ho a disposizione non mi sta bene, che non voglio scegliere il meno peggio, che voglio poter non scegliere e dire che il menù sottopostomi fa schifo. Dunque per poter votare contro, non dovrei andare a votare.

Devo però votare anche e soprattutto contro questo governo, anzi, contro questo sistema di potere che domina da sedici anni, che sta facendo a pezzi la nostra democrazia, che mi fa vergognare ogni giorno di essere un cittadino di questo Paese. Mai, in tutta la mia vita, ho sentito scendere più in basso il senso del bene comune, del rispetto delle regole, della dignità di ognuno, dei diritti universali, della responsabilità individuale verso ciò che è di tutti. Questo governo, questa classe politica, questa cultura di potere devono essere spazzate via e poichè non ci riusciremo, dovremo attenderne il collasso. Che potrebbe anche essere vicino, più vicino di quanto non sospettiamo. Dunque non potrò astenermi dal voto se voglio votare contro, perchè l’astensionismo va sempre a favore del potere. Sempre nella storia e ovunque.

Dunque dovrei andare a votare, per poter votare contro questo governo, ma non dovrei andare a votare perchè nessun altro mi dà affidamento. Quindi se voto, do un sostegno a chi non vorrei darlo, se non voto non mi oppongo a chi vorrei vedere mandato a casa. Conclusione: preferisco sostenere chi non mi convince, piuttosto che sentirmi in qualche modo complice di chi mi ha già da tempo convinto essere la peggior jattura sia potuta capitare all’Italia dopo il ventennio fascista.

Quindi andrò a votare perchè è un atto di resistenza imprescindibile contro Berlusconi e la sua cricca, e voterò un partito che non sia al governo (dire "dell'opposizione" è una parola troppo grossa). E dovendo votare un partito non al governo, voterò quello più numeroso perchè se ne votassi un altro mi sentirei complice di Berlusconi quando dirà che a lui non c'è alternativa. Che al momento è vero, ma non sopporterei di dargli ragione. E votando il partito più numeroso non al governo, che voterò essenzialmente per questa sua qualità, non essere attualmente al governo, darò la mia preferenza alla persona più lontana possibile dal suo apparato. Che è ciò che dovrà crollare assieme a Berlusconi, se vorremo veramente uscire dal berlusconismo.

Per questo voterò Pd. Per questo metterò la mia croce sul nome più sconosciuto mi riuscirà di trovare sulla sua lista. Certo, fossi nel Lazio o in Puglia, sarebbe molto più semplice, invece mi tocca di votare in Lombardia, ma a ben vedere, il senso del voto sarebbe il medesimo.



domenica 21 marzo 2010

Quando manifestare è un abuso di potere


“Manifestare” significa rendere visibile qualcosa. Le “Manifestazioni di piazza” lo fanno in uno spazio pubblico, ovvero di tutti. Infatti, occorre chiedere dei permessi. Le manifestazioni di piazza, poi, o sono celebrative o sono “contro”. Nel primo caso rendono manifesto un sentire collettivo attorno a una ricorrenza, a un’Istituzione o altro, nel secondo rendono manifesto un dissenso. Nessuno dei due casi attiene alla manifestazione del Pdl di sabato 20 febbraio a Roma, in piazza San Giovanni.


Dunque il balletto dei numeri è del tutto fuori luogo. Chissenefrega se erano milioni o migliaia? comunque fosse, tanti o pochi, erano abusivi. E mi spiace che Eugenio Scalfari abbia titolato il suo editoriale odierno: “Bella piazza”. Bella piazza un cazzo.


In piazza ci vanno i cittadini quando non trovano altro modo di esprimere il loro disagio, il loro disaccordo, la loro presa di distanza nei confronti del potere.


In piazza ci vanno le categorie sociali per rendere visibile a tutti i problemi ai quali chi detiene il potere dovrebbe trovare una soluzione ma non si decide o non vuole farlo.


In piazza, al massimo, ci vanno le forze politiche d’opposizione quando non riescono ad assolvere al proprio compito nelle sedi istituzionali e provano a riprendere un contatto diretto con i propri elettori.


In piazza non ci va il Governo in carica.


Chi governa ha ovviamente pieno diritto di “manifestare” il proprio operato. E può, anzi deve, farlo attraverso i propri atti. Può anche scegliere strategie di comunicazione adeguate per farli conoscere meglio e più capillarmente. Può infine rilasciare interviste, scrivere documenti, organizzare convegni e seminari per difendersi dagli attacchi politici che l’opposizione, le categorie sociali e I cittadini esprimono. Ma NON può manifestare in piazza. Non in una democrazia, per lo meno. Nemmeno in quel poco di democrazia che stentatamente sopravvive nel nostro Paese. Se lo fa è abuso di potere. Perchè è chi il potere non ce l’ha che legittimamente necessita di far sentire la propria voce. Chi invece il potere ce l’ha già e pretende di far sentire la propria voce nello spazio pubblico della piazza, lo fa con l’intento di chiedere una conferma per acclamazione. E’ accaduto molte volte nella storia, del resto e il potere che è sceso in piazza per affermare se stesso si chiamava a seconda dei casi e dei luoghi Fascismo, Nazismo, Stalinismo, Peronismo.


Piantiamola dunque con i numeri. Piantiamola anche per favore con il minuetto delle “belle piazze” perchè se c’è gente in piazza va sempre bene (do you remember Norimberga?). E piantiamola anche con la stanca diatriba attorno alla qualifica di regime o meno che andrebbe attribuito al sistema di potere messo in piedi da Berlusconi & C. Un sistema di potere che governa e porta in piazza milioni di suoi sostenitori, anzi che dice di portare milioni di suoi sostenitori in piazza che è molto peggio, se non è un regime, sta facendo di tutto per diventarlo. Prendiamone una volta per tutte atto.

lunedì 15 marzo 2010

Berlusconite pandemica: attesa una moria generalizzata di elettori


Secondo il Presidente Silvio Berlusconi, la democrazia funziona più o meno così: il Popolo elegge un Capo, dopodichè il Capo eletto dal Popolo governa senza che il Popolo rompa le scatole. Virgola più, virgola meno. Se lo fa, rischia di essere accusato di lesa Maestà. Sin qui sono cose risapute e fatti accertati.


Ma non considero Silvio Berlusconi così sprovveduto da credere sul serio che questa sia la Democrazia. Sa però che per una larga porzione di quello che lui chiama “popolo”, la meno avveduta, la più debole, la meno acculturata, la più condizionata dalla cultura televisiva, questo modo di vedere la Democrazia è il più semplice e il più comprensibile. E lui se ne è fatto il paladino, accogliendo quel modo semplice e ingenuo di pensare e utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione per propagarlo. Come un’infezione.


Ora, a meno di due settimane dalle elezioni, sento sempre più frequentemente dire che non vale la pena andare a votare. Non cambia nulla. Son tutti uguali. Non c’è alternativa perchè non esiste un leader uguale e contrario a Berlusconi. Potrei andare avanti a lungo. Sono argomenti diffusi, alcuni nuovi altri vecchi come il cucco, ma sempre buoni per l’occasione. Tutti, in ogni caso, evidentemente sintomi della Berlusconite pandemica.


Non è questione di “fare il gioco dell’avversario”. Sono idiozie antiche sulle quali ogni tipo di sinistra si è lacerata dalla Prima Internazionale in poi. Dunque piantiamola, non è che non andare a votare faccia il gioco di Berlusconi, chissenefrega alla fine, ognuno faccia poi il gioco di chi vuole e non è affatto semplice capire sul serio per chi si stia giocando. Il punto è rendersi conto delle laceranti contraddizioni che la Berlusconite pandemica produce per l’intelligenza di ognuno, provocando stati febbrili persistenti, nausea, vomito, perdita dell’orientamento, in casi non rari paralisi cognitiva che può essere seguita rapidamente da morte civile.


Sostenere il non voto perchè tanto non serve, è esattamente il cuore dell’ethos collettivo prodotto dal contagio berlusconiano. Se si è infetti da tempo da quel virus, al punto da essere ormai diventati ospiti del medesimo senza possibilità di guarigione, il comportamento di non voto è comprensibile, ma chi si ritiene ancora in qualche modo sano e non contagiato, ha il dovere di guardare con attenzione a ogni sintomo che potrebbe manifestarsi nel proprio comportamento.


L’impulso a non votare convinti che il voto non serva a nulla, insomma, è il primo sintomo della Berlusconite pandemica che si aggira dentro di noi. Occorre attivare con energia le proprie difese immunitarie con robuste iniezioni di intelligenza. Non serve a nulla convincersi del contrario: che il voto serva a qualcosa. Non si deve andare a votare perchè il voto serve a qualcosa, ma per affermare la propria immunità acquisita. Lo slogan è: io voto per la Democrazia perchè sono sano.

sabato 13 marzo 2010

Signor Presidente, può star fermo un attimo?

Signor Presidente, abbia pazienza ma così non va! Sono mesi che partecipo a manifestazioni indette per protestare contro fattacci che La riguardano che risultano già superati, al momento della manifestazione, da fattacci nuovi e peggiori. Non si fa così, dai.


Forse Lei non lo sa, anzi sicuramente no perchè non è certamente avvezzo a esperienze di questo genere, ma le manifestazioni di protesta costano, sono faticose da organizzare, i temi devono essere concordati tra chi le convoca e spesso sono il risultato di equilibri difficili. Lei non può continuamente minacciare tutto questo lavoro, facendole invecchiare appena nate!


Insomma, ormai siamo alle iniziative just in time. Una volta ci volevano mesi prima di arrivare in piazza, infatti il Pd ci arriva ora ma la manifestazione aveva iniziato a pensarla all’indomani della suo terzo insediamento a Palazzo Chigi. Cosa vuole, le grandi organizzazioni hanno i loro tempi. Il Popolo Viola alla fine è nato per stare sul pezzo, come si dice. Ma Lei è sempre oltre.


Finirà che dovremo inventarci le manifestazioni in bianco, come gli assegni. Ne firmiamo una con una data e una piazza a caso, magari scelte consultando il meteo, il calendario delle festività, quello dei vari campionati di calcio e l’oroscopo, senza sapere “contro” cosa la faremo. Poi, nel giorno previsto, compriamo I giornali e decidiamo...


Non so quando ci farà l’immenso piacere collettivo di togliersi dai piedi, signor Presidente, ma una cosa è certa: la nostra creatività democratica sarà splendidamente maturata. Grazie a Lei.




venerdì 12 marzo 2010

L'arroganza al potere

Ecco, dico, bastava che parcheggiassi mezzo metro più in là. Di spazio ne avevi. E se parcheggiavi mezzo metro più in là, io facevo molta meno fatica a entrare. Ma non l'hai fatto. Ci voleva ti chiedessi se lasciare l'auto in quel modo avrebbe intralciato qualche tuo simile. Non te lo sei chiesto, evidentemente. Confesso sia l'odio sia il pregiudizio, ho pensato immediatamente che dovevi essere un berlusconiano. Che ormai sembra di essere nella saga di Star Trek. Avete presente i Berlusconiani? quelli in doppio petto e dentatura epifanica? Lo so, stereotipi, colpa certamente del mio passato comunista.

Dopotutto, accidenti quanti dopotutto mi sentirò dire, quelli che parcheggiano come gli pare fottendosene del fatto che anche gli altri devono entrare e uscire dai parcheggi, ci sono sempre stati. Probabilmente i primi furono Benz e il suo compare, quelli che hanno messo insieme la prima automobile con il motore a scoppio. Figuriamoci. Che centra Berlusconi? E' uno stramaledetto vizio quello di attribuire a quell'uomo tutti i mali del nostro Paese.

Giusto, giusto. Meglio non dimenticarsi mai che il peggio di questa nostra società ha sempre avuto grande spazio, dai vertici del potere giù giù sino all'ultimo automobilista tronfio e arrogante. Che centra Berlusconi, scusa? Centra che da quando c'è lui, il bastardo automobilista tronfio e arrogante, è anche convinto di avere ragione e lo dichiara pubblicamente. Ecco cosa è cambiato. Difendersi da prepotenti ed egoisti è già difficile, ma se qualcuno li convince di essere dalla parte della ragione, anzi della Libertà, anzi, dell'Amore, allora il gioco si fa veramente duro.

E sì, lo confesso nuovamente: sono prevenuto. E me ne vanto.


Il voto e il vuoto

Il figlio diciottenne: "8 milioni di persone vedono il Grande Fratello! Sono tutti coglioni secondo voi?!?". Margerita Buy e Michele Placido nei panni della madre e del padre: "SI!" (Genitori e figli. Istruzioni per l'uso. Nelle sale)
Stamattina all'edicola ho scoperto che esiste anche la rivista del Grande Fratello. Co
n sgomento. Ora, la Costituzione impone che ogni testa equivalga a un voto. Difenderei la Costituzione con la vita se fosse necessario. Ma il diriitto di ogni testa a esprimere il proprio voto, non implica il diritto di ogni testa a veder riconosciuta l'intelligenza che dovrebbe contenere. Quello va dimostrata.

Riuscirci con la rivista del Grande Fratello in mano è arduo, ma non impossibile. Attendiamo fiduciosi.

giovedì 4 marzo 2010

Formigoni è ineleggibile comunque! Non dimentichiamolo...



“Sottomettersi alle regole condivise, in una collettività, non è forma. E’ sostanza”

Lidia Ravera, l’Unità, 4 marzo 2010


Appunto, ma tra Polverini e polveroni, stiamo perdendo di vista che la regola condivisa alla quale il Pdl non si è sottomesso, almeno in Lombardia, non è la regolarità delle firme, ma la regolarità della candidatura. Formigoni è ineleggibile per la legge del 2004, un esposto in proposito è già pronto, ma ora che succederà?


Si danno solo due possibilità. La prima è che non possa proprio presentarsi per la questione firme. In questo caso non lo avremmo come Governatore ma lui e i suoi potranno fare le vittime all’infinito, magari chiedendo l’invalidazione delle elezioni per poi ripresentarsi, illegalmente comunque, vincere sull’onda emotiva e diventando così letteralmente intoccabile. La seconda è che il Tar o un qualche decreto ad hoc, lo faccia rientrare in corsa, pienamente legittimato a partecipare e, una volta eletto, chi se la sentirebbe di denunciare l’illegalità della sua rielezione? E diventerebbe anche in questo caso, letteralmente intoccabile.


Piantiamola di solidarizzare con Formigoni perchè abbiamo bisogno di un avversario per fare le elezioni, per favore. Si faccia da parte una volta per tutte. Denunciamone l'ineleggibilità indipendentemente dalle firme raccolte o meno. E prima che qualche simpaticone, invece di rispondere nel merito, me la meni con Errani in Emilia Romagna che si trova nella medesima condizione ma è del centrosinistra, non posso che sollecitare i cittadini di quella Regione a preparare anche loro un esposto da consegnare alle Autorità per chiedere il suo ritiro. La Legge è uguale per tutti. Oppure non ha senso.



lunedì 1 marzo 2010

Esercizi di democrazia


Di ritorno da Piazza del Popolo. Il secondo ritorno da Roma. E’ servito andare? è servito succhiarsi quindici ore di pullman per andare a gridare in piazza cose tipo Resistenza! Resistenza! o Legittimo un cazzo! o Chi non salta Berlusconi è!....? Per qualcuno no. Prendete Lo Piccolo sull’Unità di ieri per esempio. Del resto c’è sempre qualcuno con una quota depressiva eccedente nelle tasche che, avendone l’opportunità, il movente e l’arma, aspetta che qualcosa accada per ammazzarla subito dopo.

Ma non eravamo neppure in centomila! Anch’io, lo ammetto, mi sono inerpicato su per la salita che conduce al Pincio per sbirciare il colpo d’occhio nella speranza di veder gremita la piazza in ogni suo recesso. Vero, non era gremita in ogni suo recesso. Poi, più tardi, sul palco qualcuno ha gridato un bel “chissenefrega” alla litania dei numeri. E mi sono ricordato che meno di un mese prima, il 30 gennaio per l’esattezza, durante il sit-in in difesa della Costituzione avevo detto che mica dovevamo riempire Milano come si era riempita Piazza S.Giovanni il 5 dicembre. Anche poche centinaia di persone mobilitate in tutte le piazze d’Italia, avrebbero avuto il loro senso. Dunque perchè decine di migliaia in Piazza del Popolo il 27 febbraio non dovrebbero essere sufficienti? già, perchè...?

Forse siamo prigionieri di una logica politica fossile, già pietrificata negli strati profondi della geostoriografia, ma ancora ben salda nei nostri cuori: se vogliamo vincere dobbiamo essere in tanti. Ecco. E’ questo il retropensiero fastidioso. Come lo buttiamo giù Berlusconi? solo se siamo in tanti. Alla fine non c’è una differenza sostanziale tra chi tuona di alleanze elettorali a ogni costo e chi trepida per portare milioni di cittadini in piazza a ogni chiamata. E il bello che così il regime continua a darsi ragione: vedete? non siete abbastanza, dunque restate a cuccia e aspettate il vostro turno. Magari fra uno o due decenni.

Vero, difficile scrollarsi di dosso questo sogno. Chi, essendo contro questo blocco sociale, economico e politico e ideologico, non fantastica folle pacifiche inondare le strade e le piazze di tutto il Paese armate solo di fiori e capaci, con il sorriso e la perseveranza, di costringere l’intera classe politica a rassegnare le dimissioni, magari chiedendo scusa? I sogni son gratuiti del resto, e almeno questo è pulito e non egoista.

Ma i regimi non finiscono così. I regimi implodono su se stessi. Le spallate delle piazze servono certo, ma arrivano spontanee quando il crollo è già in atto. Dunque a che è servito andare in Piazza del Popolo il 27 febbraio? o in Piazza S.Giovanni il 5 dicembre scorso? o in cento piazze il 30 gennaio per la Costituzione? o ai presidi permanenti davanti ai Tribunali o davanti a Montecitorio? A nulla, sembrerebbe, se lo scopo fosse far cadere attivamente il governo Berlusconi. A tutto, provo a sostenere, se lo scopo è quello di prepararsi al suo più o meno imminente crollo.

Quel che conta di Piazza del Popolo-27 febbraio, in definitiva, non è quanta gente ci fosse e nemmeno “chi” ci fosse. Quel che conta è come è nata questa manifestazione, come è stata pensata, organizzata, promossa, discussa, osteggiata, sostenuta, pagata, vissuta e poi ancora discussa, svalutata, valorizzata, ri-pensata e ri-lanciata. Quando un regime sta per cadere, occorre preparare il nuovo. Quel nuovo che, minoritario sino a poco tempo prima, si candiderà a guidare il dopo. Dunque è questo che andrà visto, analizzato e progettato: tutti i movimenti variamente colorati che in questo momento si stanno incalzando l’un l’altro per far sentire la voce di un mondo reso afasico e invisibile dal regime in corso, stanno insieme compiendo dei veri e propri esercizi di democrazia. Il valore di ogni azione prodotta nel corso di questi esercizi, non misuriamolo per favore in densità per metro quadro. Misuriamolo in quantità di differenza che riescono a produrre - in termini di partecipazione, intelligenza collettiva, valori espressi, attenzione al bene comune, contemporaneità, trasversalità generazionale - rispetto al mondo in dissoluzione che si candidano a sostituire.


martedì 23 febbraio 2010

Il diritto di votare CONTRO

Il manifesto IO VOTO CONTRO

Voto da 35 anni. Perdo da 35 anni. A dire il vero, e del tutto teoricamente, avrei vinto nel 1996 e nel 2006. Ma a vederla col senno di poi... Questa volta, invece, ho rischiato seriamente di non votare affatto. Almeno sino a qualche minuto fa, prima che mi arrivasse l’invito a questo evento, prima che mi arrivasse questo manifesto.


Ho sempre votato “per”, mi sarebbe stato difficilissimo in queste Regionali, soprattutto obbligato in questa nostra povera e triste Lombardia a scegliere tra Formigoni e Penati. “Ma come fai a votare quelli li?”, sentivo risuonare nelle orecchie questa domanda imbarazzantissima alla quale avrei dovuto replicare con delle acrobazie retoriche che, francamente, non mi sarei sentito di praticare.


Avevo in realtà lanciato nei giorni scorsi un appello che poi ho visto concretizzarsi nel NO-Formigoni-Day. Sostenevo che non ci si dovesse per lo meno sottrarre al dovere di indicare chi NON votare. Il manifesto per il voto contro, è arrivato salvandomi dal rischio astensione.


Sollecito dunque tutti quelli che conosco stanchi in un modo ormai insopportabile di dover convivere con il sistema di potere di Berlusoni, di leggere attentamente questo manifesto. Il voto è un diritto spesso vanificato. Il voto, si dice, serve solitamente a offrire un consenso. Ma il voto, si dice ancora, è l’unica via a nostra disposizione anche per poter affermare il nostro dissenso. Perchè l’astensione non viene calcolata e nemmeno interpretata. Dunque: votiamo CONTRO.


Votando CONTRO tutti gli uomini e le donne di Berlusconi e alleati vari, non dovrò/dovremo giustificare nulla. Non importerà chi voterò/voteremo e prego chiunque di non chiedermelo perchè non è affatto importante. Dirò di più, se le schede fossero due, una per i partiti che sostengono Berlusconi e l’altra per tutti gli altri, aprirei solo quest’ultima e mettendomi una mano sugli occhi segnerei una lista del tutto a caso. Votando CONTRO esprimerò solo e soltanto il mio dissenso radicale, dissenso del quale rivendico in modo fermo il diritto assoluto.


martedì 9 febbraio 2010

Il primato della politica

http://www.facebook.com/notes/informare-per-resistere/delitti-a-fin-di-bene/296581106266



Travaglio. Questa volta l'hai fatta fuori dal vaso. Che senso ha inoltrarci sul caso Del Luca lungo gli impervi sentieri dell'analisi giudiziaria? E' un vicolo cieco.

Io non so se i reati ascritti a De Luca siano gravi come sostiene lui o se "veniali" come a questo punto sostiene l'intero Pd con IdV connessa. Ma chissenefrega, dico io. Il punto mi pare un altro: per quanto tempo ancora dovremo sopportare un'idea di amministrazione della cosa pubblica come quella rivendicata da De Luca a Salerno?

Il neo candidato alle Regionali campane, sostiene che quello che ha fatto l'ha fatto per il bene degli operai dell'IdealStandard che stavano per finire sul lastrico. Travaglio dice che è una superballa perchè poi sul lastrico ci sono finiti lo stesso. Ma che facciamo, giudichiamo le buone intenzioni dai risultati? no, si tratta di giudicare innanzitutto se siano condivisibili quelle "buone intenzioni". Ora io credo sia giunto il momento di dire con chiarezza che occuparsi del bene pubblico muovendo capitali da destra a manca, creando comitati d'affari per avviare politiche imprenditoriali, è una pratica da abbandonare.

Le speculazioni sono speculazioni, e giustificarsi dicendo che lo si fa per il bene collettivo è un vizio antico nel quale si annidano tutti i fenomeni di corruzione. Dunque caro De Luca, chissenefrega se lo facevi a fin di bene, ti sei comportato come il peggior affarista berlusconiano e la scusa che i tuoi azionisti di riferimento erano gli operai, tienitela per te.

Per inciso, caro Di Pietro è proprio su questo che ti sei fatto intortare.

mercoledì 3 febbraio 2010

E' ora di tornare


E' ora di tornare, di nuovo in pista per decidere che fare con le elezioni Regionali. Difficile, davvero difficile. Nel frattempo mi trovo tra i Viola nella totale condivisione del 5 dicembre 2009. E' febbraio, inizio. Fra poco si vota nuovamente.

Sento in giro per la Rete un gran desiderio di essere rappresentati. Bene, legittimo. Ma non era proprio il limite di questa democrazia rappresentativa che aveva dato avvio al Popolo Viola?

Ci sono certamente in giro candidati meritevoli e ognuno di noi ha il diritto-dovere di sceglierli e sostenerli ovunque siano messi in lista. Ma il Pv in quanto tale se prende una qualsiasi posizione per una qualsiasi lista, deve poi dimostrare perchè sta con quella e non con quell'altra.

Il Pv è CONTRO BERLUSCONI, o almeno io sto con il Pv per questo motivo. Visto che appare da 15 anni impossibile esserlo. Rivendico il diritto di essere "contro" senza dover per forza proporre alternative. Sono un Cittadino, non un partito politico, e se qualcosa non mi va più voglio e DEVO dire basta.

Dunque sei il Pv sostanzialmente è contro Berlusconi, significa che in sè è un movimento a termine (speriamo) non un partito che deve necessariamente decidere una linea su tutto lo scibile umano. E' un movimente semplice, politicamente, e resterà efficace sino a quando sarà tale. Dovesse imbarcarsi nell'insostenibile avventura di decidere da che parte sta e che cosa ne pensa attorno a ognuno dei problemi del mondo, scomparirebbe in un nanosecondo.

Occorre tenere la rotta. E questa rotta è lottare tutti i giorni ovunque da qui sino alle Regionali per convincere i delusi, i dubbiosi, i perplessi del centrodestra a NON VOTARE PIU' Berlusconi e il suo blocco di potere.

Questo credo debba fare ogni Cittadino oggi, viola o meno. E credo debba farlo sino a quando Berlusconi e il suo blocco di potere cesserà di avvelenare la nostra vita e di distruggere pezzo per pezzo e sempre più velocemente questo Paese.

domenica 1 giugno 2008

L'occupazione dello spazio


In un bellissimo libro di Piero Zannini sul significato dei confini si dice che per vantare un diritto rispetto ad un luogo, un territorio bisogna primariamente occuparlo, questo è il primo atto che si compie per poter tracciare successivamente un confine di qualsiasi tipo. Insomma, per poter vantare una qualche aspettativa "su uno spazio illimitato" bisogna metterci dentro i piedi, intrufolarsi al suo interno, prendere possesso, occuparne un ambito. Questa occupazione, questo possesso non è solo spaziale, ma anche sociale, politico, mentale. Un territorio in questo modo è pubblico per la tribù che vi risiede, ma è considerato privato per tutti gli altri, così come una casa è proprieta di tutti i familiari che ci convivono, ma è privata per gli estranei.

Nel proprio spazio, ognuno inventa dei suoi modi di abitare che si consolidano e si perpetuano nel tempo, e queste abitudini danno un senso di familiarità che ci permette di sentirci a nostro agio quando ci muoviamo nella nostra casa, nel nostro quartiere, nella nostra città.
Quando arriva qualcun altro appartenente ad un’altra famiglia o ad un’altra tribù porta con sé non solo colori della pelle, carnagioni e culture diverse, ma anche modi differenti di abitare il nostro spazio. La linea di confine tra differenza ed invasività è molto sottile, soprattutto quando è esibita sotto i nostri occhi e forse questo è uno dei motivi alla base del fastidio di cui parla Igor e che appartiene a tutti, indipendentemente dal colore politico. Forse non abbiamo ancora imparato a interagire con modi diversi di abitare il nostro spazio e ci sentiamo sopraffatti ed accerchiati.

Inoltre, credo che in questi tempi incerti, a volte, viviamo il nostro territorio come una terra di nessuno.
La terra di nessuno si crea quando la percezione tra esterno ed interno si attenua o scompare del tutto, il dentro ed il fuori non sono più dimensioni percepibili, non c’è un interno da proteggere e custodire, di conseguenza non ci sono porte da varcare. Una porta simbolica o concreta separa il dentro dal fuori, istituisce anche una serie di rituali preziosi sia per chi accoglie, sia per chi chiede di essere accolto. Coloro che accolgono si preparano a ricevere l’ospite con un saluto, aiutandolo a sentirsi a proprio agio, accompagnandolo a visitare il luogo, facendolo accomodare, offrendogli da bere o da mangiare. Coloro che chiedono di essere accolti, invece, bussano alla porta, aspettano che venga loro aperto, chiedono permesso ed attendono di essere invitati. Tutta una serie di rituali che creano un’atmosfera di reciproca accoglienza ed ospitalità.

Nella terra di nessuno non ci sono porte da varcare o da aprire, per cui i rituali non vengono rispettati, i confini che delimitano lo spazio proprio da quello altrui saltano, i luoghi diventano spazi aperti di cui appropriarsi e da difendere con la forza. Non importa che la forza sia esercitata dall’espropriante o dall’espropriatore, e che si esprima in mille modi, dall’insofferenza, al rifiuto, all’aggressione come i fatti di Napoli e del Pigneto di Roma ci ricordano, ciò che conta è che “la psiche” dell’incontro tra diversità non riesca ad uscire da uno stadio primitivo.

venerdì 30 maggio 2008

Xenofobie vicine e lontane

Ho ricevuto questa mail da un'amica che mi ha inoltrato una mail in diretta dall'Africa. Ho chiesto di pubblicarle entrambe. Segue il mio commento.


"Ciao Igor

le notizie (poche) che arrivano dal Sud Africa sono inquietanti. Oltre che essere inquietanti in sè, direi che lo sono anche per le possibili assonanze con gli slogan poco edificanti che girano anche qui in Italia. O, almeno, io appena ho visto il breve servizio sul TG, ho pensato alla nostra situazione di intolleranza crescente.
Certo....qui per fortuna i fucili sono solo nominati, lì, purtroppo, li hanno presi in mano ed utilizzati. Ti passo la mail di mia cugina che vive in Mozambico (uno dei confini "poveri" del Sud Africa), perchè mi sembra giusto condividere una cosa che ci riguarda. Tutti.

Buona giornata, Monica"


"Cara Monica e Cara zia Maria

la violenza xenofoba è scoppiata in Sud Africa contro tutti i lavoratori stranieri provenienti dal Mozambico, dal Malawi, dallo Zimbabwue, dalla Nigeria, dalla Somalia e dal Pakistan etc.
Si tratta di una violenza inaudita. Bande armate distruggono tutto quello che incontrano dalle case alle macchine; picchiano, violentano, uccidono. Si tratta di lavoratori legali che negli anni si sono inseriti nel tessuto sociale accettando i lavori piu' umili e pericolosi (mine).
Il Governo Sud Africano non è riuscito e non riesce ad arginare il problema e quindi tutti si sentono in grave pericolo e tentano con ogni mezzo di rientrare nel loro Paese di origine. In Mozambico sono già rientrati piu' di 50.000. Sono rientrati a mani vuote, hanno perduto tutti i loro averi e anche la loro speranza di sopravvivenza è ridotta al minimo. Sono come un esercito di nuovi disoccupati."



Grazie per aver voluto condividere questo tuo pezzo di storia, Monica. In effetti è inquietante. Tutto è inquietante.

Sono appena tornato dal mio ottico di fiducia. Mentre mi stava sistemando gli occhiali che avevo calpestato, entra un extracomunitario che vuole propinargli il solito servizio non richiesto. Lui gli dice di no e lo congeda pacatamente. Poi si rivolge a me e, sempre in modo pacato, mi dice che "quando è troppo è troppo". E si riferiva a fatti molto concreti: dai tipi che ogni giorno passano dal negozio per questa o quella questua, agli sbandati che si sono accampati in largo Marinai d'Italia, al proliferare dei negozi cinesi e turchi, alla romena che gli confida che i romeni venuti qui sono quelli che sono stati scarcerati là...

Ero in un imbarazzo profondissimo. Cosa potevo dire? Che non era vero? Come si può dire a uno che sta dando voce a un sentimento che alla fine è anche mio, che non è vero? Io posso essere molto più tollerante e disposto a convivere con tutto quello che lui ha elencato, ma non posso dire che sono contento. Anche a me dà fastidio vedere che i miei ristoranti a uno a uno prendono gli occhi a mandorla, passeggiare per strada e sentire il puzzo del kebab, girare con mia figlia per il parco e trovarlo pieno di immondizia ed escrementi. Ho tentato di arginare quel fiume di lamentazioni con battute del tipo "anche gi svizzeri se è per quello quando vengono da noi fanno cose che a casa loro non si permetterebbero", ma mi sentivo ridicolo e del resto l'argomentazione non ha avuto alcun effetto.

No, non si combatte la xenofobia con il moralismo. E sino a che non saprò cosa rispondere al mio ottico di fiducia senza tirare in ballo le splendide analisi sui flussi migratori, la globalizzazione, i processi di pauperizzazione, il disastro ambientale e via filosofeggiando, non credo che potrò nutrire alcuna fiducia nella possibilità che il futuro sia diverso da quello che si sta prospettando.

Un abbraccio
Igor