Hanno vinto. Sì’, hanno vinto. Hanno vinto perché c’è in giro aria di disfatta. Persino una voglia perversa di dichiararsi sconfitti, inadatti, velleitari, sordi ai bisogni veri della gente, incapaci di intercettare paure, desideri, aspirazioni. Chiusi nei palazzi, nei loft, nelle segreterie, lontani da quello che si muove dove operai, impiegati, artigiani, studenti, pensionati, imprenditori si muovono, soffrono e sopravvivono. Questo saremmo noi, i perdenti, visti da noi stessi. Che infatti siamo perdenti.
Hanno vinto perché lo gridano in continuazione e da subito. E vogliono il bottino, tutto, senza sconti. E nessuno che provi a fermarli, anzi, se hanno vinto avranno pure avuto delle buone ragioni. Almeno loro. Non come quelli che sono stati sconfitti, ovvero noi, che la ragione sembra abbiamo perso da tempo. E non sapendo più a chi dar ragione, ecco la rincorsa comune per assegnarla a chi se la prende con la forza.
Hanno vinto perché il linguaggio che dobbiamo parlare è il loro, e lo facciamo, con le braccia alzate. E se non lo facciamo, ci tocca l’afasia. E se prendiamo la parola dobbiamo poi fare pubblica ammenda, perché un altro linguaggio non è ammesso, è condannato, esecrato, additato. E allora stiamo zitti, oppure parliamo ma nessuno ci ascolta, qualche volta ci sentono e finiamo nei guai, e ci scusiamo, e perdiamo ancora, sempre, in continuazione.
Hanno vinto non perché loro hanno vinto e noi perso. Perché noi, perdendo, ci siamo persi.
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Ci siamo persi perché abbiamo smarrito l’orgoglio e la dignità, il coraggio e la forza, la determinazione e la volontà, il senso di responsabilità,
L’orgoglio di essere figli, figli di padri e madri che hanno dato prima la vita per la nostra libertà, compresa quella di chi ora li rinnega, e poi hanno dedicato l’intera vita a costruire quel benessere dietro il quale rischiamo di perdere i diritti e i doveri che ci avevano appena regalato.
La dignità di uomini e donne non riducibili a consumatori, lavoratori, contribuenti, utenti, spettatori. Uomini e donne fatti non solo di problemi da risolvere, bisogni da soddisfare, desideri da esaudire, ma soprattutto di intelligenza e di virtù. E che per l’intelligenza e la virtù, per coltivarle e per proteggerle, sono disposti a sacrificare i desideri, semplificare i bisogni, convivere con i problemi.
Il coraggio di combattere per ciò che riteniamo giusto per tutti, contro quelli disposti a combattere solo per ciò che ritengono conveniente per sé. Di lottare sino in fondo per proteggere il proprio vicino, di sacrificare la propria vita se necessario per fare la cosa giusta, di pagare in prima persona per le proprie scelte senza scaricare i costi sulle spalle degli altri.
La forza di affrontare tutto ciò che minaccia il nostro coraggio, la nostra dignità, il nostro orgoglio, cadendo magari, e poi rialzandosi, sempre, sino all’ultimo respiro. Di sostenere chi di forza ne ha meno, ma ha lo stesso diritto alla dignità. Di guardare intensamente davanti a sé alla strada che c’è da fare e non il numero degli ostacoli che occorre superare. Di guidare chi per paura di quegli ostacoli, rischia di non provare neppure a percorrerla.
La determinazione nel compiere scelte e scegliere percorsi, senza certezza alcuna, se necessario, contro tutti coloro che non sanno intraprendere nulla, ma sanno criticare acutamente tutto quello che intraprendono gli altri. Nel riconoscere errori e abbagli non per interrompere il cammino ma per correggerlo. Nel giudicare applicando intelligenza a tutto ciò che si incontra, compresi i propri giudizi sbagliati.
La volontà di farsene qualcosa di tutto ciò che ci accade, perché ciò che ci accade non dipende da noi, ma le nostre reazioni sì. Di riconoscere in ognuno la possibilità e dunque attribuendo a ognuno la responsabilità di quella possibilità. Di esserci mediando con la volontà altrui su tutte le scelte possibili, ma senza sconti e senza compromessi sull’intelligenza e sulla virtù.
Il senso di responsabilità nei confronti del mondo. Di un mondo che è molto più di ognuno di noi, ma che esiste perché, e sino a che, è in ognuno di noi. Perché è al mondo, alla sua stessa possibilità di continuare ad essere, che in ultima analisi dobbiamo rispondere.
Al di là di ogni dotta analisi, è solo da qui che possiamo ripartire.